Bisessualità e Olocausto: una storia di cancellazione

Il Giorno della Memoria ricorre il 27 Gennaio per commemorare le vittime dell’Olocausto: tra queste vi furono anche persone bisessuali perseguitate in quanto tali nella Germania nazista.

Le fonti storiche ci informano che in Germania già all’inizio del Novecento diverse persone avevano iniziato ad identificarsi come bisessuali. Questo lo sappiamo grazie a Magnus Hirschfeld che nel 1903 effettuò la prima indagine statistica sull’orientamento sessuale maschile, inviando un questionario a 3000 studenti tedeschi.

Il 4.5% degli studenti che rispose si definì bisessuale, tre volte in più rispetto all’1.5% omosessuale. L’anno successivo Hirschfeld ripeté il questionario, questa volta coinvolgendo 5000 lavoratori metalmeccanici: in maniera simile il 3.19% risultò bisessuale e 1.15% omosessuale.

Hirschfeld M. (1904) Jahrbuch für sexuelle Zwischenstufen mit besonderer Berücksichtigung der Homosexualität. VI. Jahrgang. - Volume presente in BiArchivio
Hirschfeld M. (1904) Jahrbuch für sexuelle Zwischenstufen mit besonderer Berücksichtigung der Homosexualität. VI. Jahrgang. – Fonte: BiArchivio

Magnus Hirschfeld, omosessuale ed ebreo, fu un pioniere della ricerca sulla sessualità e dell’attivismo per i diritti civili. Fu infatti il fondatore del WHK, la prima associazione della storia che lottò per l’accettazione e la decriminalizzazione delle identità omosessuali, lesbiche, bisessuali e trans.

Hirschfeld fondò inoltre l’Istituto per la Ricerca Sessuale di Berlino, che dal 1919 al 1933 offrì assistenza medica e psicologica alle persone della comunità, effettuando nel corso della propria attività diverse indagini statistiche sull’orientamento sessuale.

La terza di queste indagini fu effettuata nel 1908, coinvolgendo 10mila uomini e donne. Purtroppo non ne conosciamo gli esiti perché nel 1933 i nazisti distrussero i risultati di questa ricerca nel rogo di libri più famoso della storia nazista.

Un membro delle SA lancia nel rogo alcuni libri confiscati, Berlino, 1933. Fonte: United States Holocaust Memorial Museum

L’obiettivo del rogo fu specificamente la distruzione dell’Istituto per la Ricerca Sessuale e dei suoi contenuti: centinaia di libri furono prelevati ed incendiati, di fatto cancellando una fonte immensa di ricerche sulla sessualità in Europa e stroncando una crescente rottura dei binarismi di orientamento e di genere.

Per comprendere meglio il clima di odio che diede luogo a questi eventi è necessario analizzare la legge che rese legali le persecuzioni verso le sessualità e identità non conformi: il Paragrafo 175.

Paragrafo 175 e bisessualità

Il Paragrafo 175 era un articolo del codice tedesco criminalizzava gli atti sessuali tra uomini, equiparandoli anche ad atti sessuali con animali. Questa legge entrò in vigore nel 1871, ben prima dell’arrivo del nazismo, e trovò l’opposizione di Magnus Hirschfeld, così come del Partito Comunista, dei Socialdemocratici e del Partito Democratico tedesco che nel 1929 riuscirono a votarne l’annullamento, spingendo per una ridiscussione parlamentare.

Tuttavia negli anni successivi Hitler salì al potere e nel 1935 la legge non solo fu confermata ma anche inasprita: se prima venivano puniti gli atti sessuali ritenuti contro natura effettuati tra uomini, da quel momento in poi furono puniti genericamente gli “atti osceni” anche senza contatto fisico, come ad esempio l’intento di generare desiderio in un altro uomo o di violare il senso della vergogna.

Questo rese possibile arrestare chiunque indiscriminatamente: dal 1935 al 1938 gli arresti per violazione del Paragrafo 175 aumentarono di dieci volte. La Gestapo aveva infatti già iniziato a preparare liste di persone da mettere in “custodia preventiva”, ovvero da internare in campi di concentramento, al fine di sterminare le persone non eterosessuali in Germania, ritenute deviate e malate.

Sappiamo che questa sorte colpì diverse persone bisessuali: analizzando i rapporti di polizia e gli interrogatori contenuti negli archivi di stato tedeschi, compaiono diverse istanze di persone bisessuali processate in violazione del Paragrafo 175 e uccise in campi di concentramento.

Questo è quello che emerge ad esempio nelle biografie delle vittime dell’Olocausto della città di Amburgo, un archivio di oltre 4mila vite ricostruite incrociando dati di archivio grazie al lavoro di Bernhard Rosenkranz e Ulf Bollmann.

Tra queste biografie troviamo quella di Wilhelm Nebelung, condannato in violazione del Paragrafo 175 dopo essere stato denunciato dai vicini per una relazione con uomo. Nebelung era all’epoca sposato con Dorothea Behr, che in più occasioni testimoniò che era al corrente dell’attrazione che il marito provava per gli uomini e che accettava la cosa.

Nebelung fu comunque condannato in violazione del Paragrafo 175 in quanto ritenuto “sulla strada di diventare un criminale abitudinario nell’area dell’indecenza naturale”. Morirà nel campo di concentramento di Mauthausen.

La pietra d’inciampo dedicata a Wilhelm Nebelung nella città di Amburgo. Fonte: Hinnerk11, Wikipedia

Questa vicenda, nella sua tragicità, ci fornisce diverse informazioni importanti: innanzitutto apprendiamo che le istituzioni mediche e giudiziarie conoscevano la bisessualità e la nominavano nei propri rapporti, a riprova che la bisessualità era nota, criminalizzata e patologizzata dallo stato nazista.

Il medico che esaminò Nebelung riportò infatti quanto segue nella propria dichiarazione clinica: “Fisicamente non mostra alcuna caratteristica femminile che occasionalmente si manifesta negli omosessuali. […] Se una persona sana è capace di controllare i propri desideri sessuali, non c’è motivo che anche una persona omosessuale non riesca a farlo solo perchè il suo desiderio è indirizzato nella direzione sbagliata. Nebelung non è così alterato psicologicamente da non riuscire a controllare i propri istinti; se lo vuole davvero, può e deve controllare se stesso. La sua natura bisessuale gli garantisce ampie opportunità di soddisfare i propri desideri sessuali nel matrimonio”.

È interessante trovare in queste parole diversi stereotipi bifobici tutt’ora esistenti sulle persone bisessuali: ad esempio gli uomini bisessuali letti come più mascolini degli uomini omosessuali, l’idea che le persone bisessuali siano incapaci di gestire i propri impulsi e quindi colpevoli, la pressione verso le persone bisessuali di effettuare delle scelte per vivere il proprio orientamento secondo standard altrui.

Ma gli stereotipi non emergono solo in questa sentenza, ma anche in diversi altri casi giudiziari: troviamo ad esempio lo stereotipo della bisessualità come una fase nel processo a Willi Bröckler. Nonostante Bröckler si fosse definito bisessuale, il giudice che lo condannò in ripetuta violazione del Paragrafo 175 disse: “Non è chiaro se l’imputato sia un omosessuale puro o no. Senza ombra di dubbio non è un vero omosessuale, dal momento che era sposato e ha avuto un figlio. Sembra che sia diventato un omosessuale puro nel corso del tempo”, riportando quindi lo stereotipo della bisessualità come una fase di passaggio verso una omosessualità definitiva. A seguito della condanna Bröckler morirà nel campo di concentramento di Gross-Rosen nel 1941.

La bisessualità nei processi nazisti

La bisessualità è quindi nominata spesso dal personale giudiziario. Basta leggere le parole pronunciate dal giudice che condannò Wilhelm Tüxen per aver ripetutamente violato il Paragrafo 175: “Dal momento che l’imputato è bisessuale ed ha avuto una fedina penale significativa, questa ricaduta non può essere presa alla leggera”. Tüxen fu ucciso nel campo di concentramento di Dachau nel 1942.

La pietra d’inciampo dedicata a Wilhelm Tüxen nella città di Amburgo. Fonte: Hinnerk11, Wikipedia

Ma non solo: la bisessualità è nominata anche da altre persone facenti parte della comunità.
Herta Sobietzki, una donna ebrea e lesbica uccisa nel campo di concentramento di Ravensbrück , nel corso di un interrogatorio fece riferimento ad una partner passata dicendo che: “La relazione si interruppe perché lei era bisessuale. Oltre a me, lei aveva anche uomini. Io diventai gelosa, e la cosa finì”. La polizia ricercò la donna bisessuale riportata nel racconto ma senza riuscirci.

Oltre a informarci della gelosia che la bisessualità suscitava già all’epoca, questa storia ci riporta un dato storico importante e spesso trattato non adeguatamente: sebbene il paragrafo 175 fosse riferito esplicitamente a uomini, anche le donne in relazioni con donne erano oggetto della repressione nazista. Molte di loro finiranno nei lager sotto l’etichetta di “asociali”.

Ma soprattutto la bisessualità è nominata dalle persone per descrivere la propria natura e identità. Ad esempio Otto Sternfeld: si definì bisessuale durante il proprio interrogatorio e fu processato in violazione del Paragrafo 175. Fu quindi deportato ad Auschwitz, dove morì nel 1943.

Oppure Alfred Godemann, arrestato nonostante la polizia non avesse alcuna prova. Durante l’interrogatorio ammise di avere inclinazioni bisessuali, e la moglie testimoniò ripetutamente in sua difesa: “Mio marito era sempre felice di essere in famiglia, un gran lavoratore e mi trattava bene”. Godemann fu processato comunque in violazione del Paragrafo 175 e imprigionato nel campo di concentramento di Fuhlsbüttel. Nello stesso campo di concentramento morì Rudolf Müller, che durante un interrogatorio riconobbe di avere una natura bisessuale. Condannato in violazione del Paragrafo 175, si suicidò nel 1939 durante la prigionia.

Otto Hacker ammise la propria bisessualità nel corso di un interrogatorio e fu insultato dal medico del tribunale come un “Uno psicopatico bisessuale, volubile, sensibile e instabile”. Nel 1942 fu quindi trasferito al campo di concentramento di Neuengamme per violazione del Paragrafo 175.

Paragrafo 175 e identità trans

Questi sono solo alcuni dei casi di persone perseguitate in quanto bisessuali o ritenute tali durante il nazismo. Questo tema è un ambito di ricerca ancora poco esplorato e che richiede particolari attenzioni, innanzitutto a livello di fonti: la polizia nazista nella maggior parte dei casi etichettava chiunque violasse il Paragrafo 175 come omosessuale, anche se la persona si identificava in maniera diversa o anche nel caso in cui la persona venisse accusata di essere bisessuale.

Questo poiché il termine “omosessuale” all’epoca era usato dai nazisti per raggruppare numerose identità ritenute devianti. Ciò non deve però farci cadere nell’errore di pensare che solo le persone omosessuali fossero perseguitate e che tutte le altre parti della comunità vivessero una vita libera. È necessario uno sforzo maggiore nel leggere le fonti disponibili sulla storia delle persone perseguitate sotto il paragrafo 175, scoprendo una storia complessa.

Così facendo si scopre ad esempio che il paragrafo 175 coinvolse non solo uomini omosessuali e bisessuali, ma anche persone con identità di genere non conformi ritenute colpevoli solo di esistere in spazi pubblici.

La simbologia utilizzata nei campi di concentramento per distinguere le persone in base al crimine. La categoria “Omosessuali” è identificata dal triangolo rosa. Fonte: United States Holocaust Memorial Museum, Washington

È indicativo il caso della persona identificata dalla polizia con il nome di Heinrich Bode. La polizia individuò Bode come un uomo vestito in abiti femminili mentre stava frequentando un bar. Durante un interrogatorio Bode disse: “Già all’età di 20 anni indossavo abiti femminili. Avevo il permesso di indossarli. All’epoca mi piaceva indossare abiti femminili perché mi piaceva ballare da solo. Dal punto di vista sensuale, questi abiti non mi attraggono. Mi sento a mio agio solo quando posso ballare da solo in abiti femminili”.

A seguito dell’arresto di Bode, la polizia inoltre scrisse nel rapporto: ”Sul proprio corpo nudo, Bode indossava un reggiseno che aveva imbottito con delle calze. Non indossava intimo eccetto un vestito con un disegno floreale, con una sciarpa da donna attorno. Inoltre, indossava un paio di scarpe basse da donna e di autoreggenti. Aveva con sé una borsa nera, che conteneva un paio di guanti da donna, una sciarpa da donna, una spilla, cipria, un piumino da cipria, e una bottiglia di vino vuota. Le sopracciglia di Bode erano rasate e le ciglia tinte. Si era incipriato il viso con una polvere marroncina”.

Il rapporto continua: “Bode è una persona effeminata che apparentemente si sente felice solo quando può indossare vestiti da donna. Il fatto che Bode abbia tendenze estremamente effeminate è evidente semplicemente per il fatto che nella sua borsa da donna portava solo cose che le donne portano nelle borse”.

Infine: “Bode è una persona debole di volontà che sicuramente indosserà di nuovo abiti femminili quando sarà in libertà. Poiché Bode ha solo 28 anni, c’è ancora la possibilità di metterlo sulla buona strada, ma ciò richiederà probabilmente un periodo più lungo di detenzione preventiva. Nello stato attuale, è inaccettabile che uomini in abiti femminili si muovano liberamente per le strade e frequentino anche i bar”.

Da questi passaggi è evidente come Bode vivesse il proprio genere in maniera non conforme, ed è evidente l’uso del Paragrafo 175 per colpire anche identità che oggi riconosceremmo come trans. Bode morì nel campo di concentramento di Buchenwald: la scheda identificativa del campo di concentramento individua Bode come un uomo omosessuale condannato per Paragrafo 175.

Una sorte simile capitò a Gustav Remi, che dichiarò di avere tendenze bisessuali e subì la prigionia nei campi di concentramento per aver indossato abiti da donna: “Ho indossato spesso abiti da donna in passato perché mi sono sentito a mio agio in abiti da donna. In questi vestiti andavo a ballare e cose simili. Non ho usato questi indumenti per commettere atti indecenti”. Morì nel campo di concentramento di Neuengamme nel 1943 in violazione del Paragrafo 175.

La cancellazione delle identità non-monosessuali e di quelle trans si sviluppò in diversi modi, dalla distruzione di ricerche scientifiche all’impossibilità di vivere liberamente, fino all’uccisione nei campi di concentramento e infine all’identificazione errata pure nei certificati di morte.

A fronte di questa cancellazione è necessario compiere un lavoro più approfondito, non fermandosi semplicemente alle singole schede identificative derivanti dai campi di concentramento, ma ove possibile recuperando maggiori informazioni biografiche sulla vita della persona, affidandosi anche ai documenti processuali.

Questo non significa voler negare l’idea che migliaia di uomini omosessuali furono sterminati dal nazifascismo. Significa viceversa accettare che la storia del Paragrafo 175 è una storia complicata e che ha coinvolto anche altre identità che meritano di essere ugualmente ricordate. Viceversa si rischia di contribuire ulteriormente ad una una cancellazione storica ed epistemologica di vittime dell’Olocausto.

Triangoli rosa e bisessualità

Avere informazioni accurate sulle persone vittime del Paragrafo 175 non è certamente un compito semplice o sempre possibile: molte fonti scritte furono distrutte dai nazisti stessi al termine della guerra o andarono perse nel corso del conflitto. In altri casi ci si scontra inoltre con un comprensibile silenzio delle vittime e delle loro famiglie: il Paragrafo 175 rimase infatti in vigore anche dopo la sconfitta del regime nazista fino al 1994.

Klänge des Verschweigens, Klaus Stanjek, 2012 – Fonte: BiArchivio

Nel documentario Klänge des Verschweigens, il regista Klaus Stanjek cerca di ricostruire la vita dello zio sopravvissuto al Paragrafo 175 e successivamente sposatosi in tarda età con una donna. Il film racconta la difficoltà di fare luce su dolori e non detti che scorrono all’interno di famiglie per generazioni, riaprendo conversazioni difficili.

Nonostante questi limiti, cercare di capire la vita delle persone prima, durante e dopo la persecuzione è uno sforzo necessario per comprendere a pieno e senza riduzionismi la storia delle persone che hanno vestito il triangolo rosa. Il triangolo rosa era infatti il simbolo identificativo sulle uniformi a strisce delle persone imprigionate nei campi di concentramento per aver violato il Paragrafo 175.

Questo simbolo fu riappropriato dalla comunità LGBTQIA+ nel dopoguerra e in particolare divenne un simbolo di ACT UP, una nota organizzazione internazionale di lotta per i diritti delle persone sieropositive.

Alcune brochure, adesivi, cartoline di ACT UP in diverse lingue. – Fonte: BiArchivio

Il simbolo, riappropriato in maniera radicale e politica, caraterizzò le lotte LGBTQIA+ statunitensi dagli anni ‘80 in avanti e fu incorporato da Liz Nania nel 1987 nel design dei “Biangoli”, il primo simbolo adottato internazionalmente dalla comunità bisessuale, composto da un triangolo rosa sovrapposto ad un triangolo blu, fusi nel colore viola.

Al centro alcuni esemplari originali dei BiAngoli realizzati da Liz Nania. In basso a destra una spilla Bisexual Pride realizzata da Liz Nania. Fonte: BiArchivio

Il rosa, viola e blu dei Biangoli furono successivamente presi come ispirazione da Michael Page per creare la bandiera bisessuale nel 1998, attualmente il simbolo pià comunemente usato a livello globale per rappresentare la bisessualità. Il rosa dei triangoli del paragrafo 175 rimane quindi nella bandiera bisessuale, e di conseguenza in quella pansessuale e polisessuale.

A distanza di anni, questa parte di storia bisessuale rimane ancora ignorata e da indagare anche all’interno della comunità LGBTQIA+. È necessario quindi intensificare la ricerca sulle bisessualità e l’Olocausto al fine di rimediare ad una cancellazione storica. La Memoria ha infatti valore solo se ricordiamo la complessità, onorando le vite di chi prima di noi ha visto la propria identità negata, lottando affinché ciò non si ripeta.



Fonti:
Hirschfeld M. (1904) Jahrbuch für sexuelle Zwischenstufen mit besonderer Berücksichtigung der Homosexualität. VI. Jahrgang.
Régis Schlagdenhauffen, « Surveys on sexuality in Europe », Encyclopédie pour une histoire numérique de l’Europe [online], ISSN 2677-6588, published on 22/06/20, consulted on 16/01/2021. Permalink : https://ehne.fr/en/node/12280
https://archive.org/details/JsZ_1904_6/page/n148/mode/2up
https://rgst.staatsbibliothek-berlin.de/judgments/73%2Frgre973023078
Florence Tamagne – A History Of Homosexuality In Europe_ Berlin, London, Paris 1919-1939-Algora Publishing (2004)
Rosenkranz, B., Bollmann, U., & Lorenz, G. (2009). Homosexuellen-Verfolgung in Hamburg von 1919-1969.
https://www.stolpersteine-hamburg.de
https://www.stolpersteine-hamburg.de/en.php?&LANGUAGE=EN&MAIN_ID=7&BIO_ID=2865
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https://www.stolpersteine-hamburg.de/en.php?&LANGUAGE=EN&MAIN_ID=7&r_name=otto+sternfeld&r_strasse=&r_bezirk=&r_stteil=&r_sort=Nachname_AUF&recherche=recherche&submitter=search&BIO_ID=3688
http://base.auschwitz.org/wiezien.php?lang=en&ok=osoba&id_osoba=220797
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https://www.stolpersteine-hamburg.de/en.php?&LANGUAGE=EN&MAIN_ID=7&p=31&BIO_ID=1861
https://collections.arolsen-archives.org/en/archive/1-1-5-3_01010503-oS/?p=1&doc_id=5564104
https://www.stolpersteine-hamburg.de/en.php?&LANGUAGE=EN&MAIN_ID=7&BIO_ID=1945
https://www.ilga-europe.org/sites/default/files/yoshino_2000_the_epistemic_contract_of_bisecsual_erasure.pdf
http://www.klaenge-des-verschweigens.de/
https://encyclopedia.ushmm.org/content/it/article/persecution-of-homosexuals-in-the-third-reich
https://www.dezeen.com/2019/10/23/queer-design-andrew-campbell-50-years-lgbt-graphic-design/
https://web.archive.org/web/20010801185547/http://biflag.com/Activism.asp


Nota: una prima versione di questo articolo è stata pubblicata a Gennaio 2020 sul sito www.bproud.it
L’articolo qui presente è stato aggiornato e revisionato a Gennaio 2025
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